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Quando qualcuno ci racconta di sé, la prima cosa che facciamo è dirgli che lo capiamo perché… “anche a noi è successo”. La seconda è offrirgli una soluzione. Quasi mai facciamo la terza: semplicemente stare, ascoltare, accogliere.
Si chiama empatia, ed è quella che tutte noi vorremmo trovare quando ci apriamo agli altri.
Ma quando la persona che chiede ascolto siamo proprio noi, tutto quello che sappiamo fare è criticarci aspramente per le nostre mancanze.
Eppure c’è qualcosa che possiamo fare, per l’altro e per noi… essere ospitali.
di Patty Dresti
Capita che, magari, mentre parliamo… mentre stiamo raccontando di noi, percepiamo che qualcosa nell’altro è cambiato. È come se avesse smesso di ascoltare, anzi, di esserci, di essere presente… è come se la connessione tra noi si fosse persa. Non sappiamo nemmeno spiegare che cosa sia successo. È più una sensazione, perché l’altro è ancora lì, fisicamente presente, ci guarda, magari annuisce anche… eppure qualcosa si è spostato ed è come se non ci fosse. E allora noi, in risposta e quasi istintivamente, ci chiudiamo, lasciamo spazio e silenzio e l’altro occupa iniziando a raccontarci la sua versione della nostra storia.
Immagino sia capitato, forse anche piuttosto spesso, un po’ a tutte noi.
Ma ci sono anche delle altre volte, più rare, è vero, in cui sentiamo che quella connessione resta attiva; delle volte in cui l’altro non soltanto non si allontana o interpreta… ma resta. Presente, perfino partecipe della nostra storia. Presente in un corpo tranquillo, con uno sguardo che abbraccia e in un silenzio che accoglie.
E allora finisce che, magari, mentre credevamo di raccontare un episodio banale, la nostra mente se ne va ad esplorare il nostro cuore scoprendo qualcosa di nuovo ed è come se, mentre parliamo, ci sentissimo dire cose che fino ad allora non sapevamo nemmeno di pensare o di provare. Ed è qui che le parole dell’altro, se arrivano, si posano delicate accanto alle nostre, senza volerle sostituire ma restituendoci con maggior chiarezza la nostra storia.
Ecco, in questo articolo vorrei parlare di quelle volte lì, quelle più rare e quasi “magiche”. Perché lì, in quello spazio relazionale nuovo e autentico, succede qualcosa di prezioso che è alla portata di ognuna di noi e che fa la differenza non soltanto nella qualità della relazione con l’altro, ma anche nel modo di conoscere noi stesse.
Essere ospiti…
La parola empatia viene dal greco en-páthos ed è composta da en, cioè “dentro”, e pathos: passione, sofferenza.
L’empatia, quindi, è qualcosa che ci invita a sentire dentro quello che l’altro sta vivendo.
Se riusciamo a riconoscere e a nominare quel sentire, se possiamo dirci “quello che l’altro sta provando è sofferenza”, non è perché abbiamo vissuto la sua stessa storia. Ma è perché la sofferenza è un’esperienza universale che ci accomuna tutte: la riconosciamo in quanto esperienza del nostro essere umani, e non in quanto “esclusivamente nostra”. Ed è proprio questa appartenenza condivisa (e non l’esclusività della nostra biografia personale) a permetterci di entrare nel mondo dell’altro senza sostituirlo con il nostro.
Già, perché se ci pensiamo bene a tutte noi è stato insegnato a fare esattamente il contrario. Quando qualcuno ci parla di sé o ci confida un suo problema, abbiamo imparato a consolarlo (“dai, vedrai che poi passa”), a risolvere (“hai provato a…?”), a relativizzare (“pensa a chi sta peggio”)… in altre parole, a toglierci le castagne dal fuoco. Anche perché, diciamocelo: stare nella sofferenza (nostra o altrui) è piuttosto scomodo.
Ma, nell’istante smettiamo di ascoltare, iniziamo a spostare il nostro sguardo dall’altro verso di noi: smettiamo di accogliere l’esperienza, la verità dell’altro, sostituendola con la nostra (con quello che noi pensiamo della sua verità). Ed è proprio questo passaggio che interrompe la connessione e che, ahimè, rischia di diventare terreno fertile per incomprensioni e conflitti.
Riuscire ad ascoltare l’altro con empatia, accogliere senza interpretare il suo vissuto è un po’ come riconoscere che l’altro, quando si confida con noi, ci sta invitando ad entrare in casa sua. Sta a noi ricordarci che siamo ospiti.
...e non traslocare
È stato Carl Rogers, il papà della psicologia umanistica, a definire l’empatia come la capacità di entrare nel mondo dell’altro senza interpretarlo attraverso il nostro sguardo. E a indicarci che questa è la prima delle tre condizioni fondamentali che rendono una relazione sana e costruttiva.
A volte è l’altro ad invitarci ad entrare in casa sua, altre siamo noi a bussare perché magari preoccupate. Il problema non è entrare… ma è entrare senza portarci dentro anche i nostri mobili.
Perché il vero ostacolo, che un po’ sottovalutiamo, è che nessuna di noi può fare a meno di leggere e comprendere quello che l’altro ci racconta, attraverso quello che noi stesse abbiamo vissuto e ci portiamo dentro come nostra esperienza… che poi sono le nostre paure, la nostra idea di che cosa sia giusto e che cosa no, ecc. Ma se non stiamo attente, la nostra esperienza prende il sopravvento e in un attimo abbiamo già deciso quello che sta provando l’altro e che cosa dovrebbe fare adesso.
In altre parole, ci siamo trasferite a casa sua portandoci dietro mobilio e suppellettili. E solo allora, riusciamo a dirgli: “Come ti capisco!”
lo sfratto
Poi ci sorprendiamo se l’altro ci lancia una frecciatina o si incupisce! O ci sfratta, mandandoci via in malo modo.
Lo faremmo anche noi, perché quello che è successo è che abbiamo iniziato a interpretare, a dare la nostra versione della storia e dire quello che ne pensiamo (e quindi giudicare).
Immagina (o magari ti è già successo) di confidarti con un’amica su una tua preoccupazione relazionale e che questa ti risponda: “Secondo me, tu hai paura dell’abbandono, sei troppo accondiscendente, eviti il confronto, ecc.” Probabilmente, l’amica te lo sta dicendo con le migliori intenzioni, con affetto, con il desiderio di aiutarti.
Ma nell’istante in cui, dopo esserci aperte e confidate, ci arriva la spiegazione, è come se il nostro racconto, il nostro vissuto, smettesse di appartenerci.
Perché quando raccontiamo qualcosa di noi o parliamo di un nostro problema, in realtà, non stiamo chiedendo di risolverlo. Stiamo chiedendo ascolto e lo facciamo offrendo all’altro ospitalità nel nostro mondo. Se l’altro ci entra con le sue cose, sposta o rompe le nostre… beh, ricevere lo sfratto è il minimo!
L’interpretazione mette dei confini alla nostra esplorazione e ci priva della legittimità della nostra esperienza (diventa vera l’interpretazione dell’altro e non più quello che proviamo noi). E per quanto benevola, elegante o azzeccata… un’interpretazione è sempre un giudizio (dell’altro).
le chiavi di casa
L’empatia non può coesistere con l’interpretazione e il giudizio. Abbiamo detto che, per Rogers, l’empatia è la prima condizione necessaria affinché le nostre relazioni siano sane e costruttive. La seconda è quella che chiama accettazione positiva incondizionata, ovvero la capacità -o meglio la disponibilità- ad accogliere l’altro senza subordinare la nostra considerazione al fatto che senta o si comporti come vorremmo noi… in altre parole: il non giudizio che libera e legittima l’altro ad essere se stesso e a vivere le sue esperienze. E la terza, infine, è la congruenza (l’autenticità), cioè l’essere davvero quello che mostriamo (e il mostrare ciò che siamo), il restare connessi con quello che proviamo dentro di noi, nel qui ed ora e allinearci ad esso nel nostro agire.
La cosa curiosa è che tutte queste caratteristiche le ritroviamo anche nella Mindful Self-Compassion (MSC), solo che qui sono declinate nella relazione con noi stesse anziché con l’altro.
L’accettazione positiva incondizionata diventa l’osservazione non giudicante di quello che proviamo; la congruenza diventa la consapevolezza, cioè l’accorgerci davvero di quello che c’è dentro di noi nel qui e ora; e l’empatia diventa la gentilezza amorevole che impariamo a portare a noi stesse e alla nostra esperienza, che si traduce nella capacità di rapportarci a noi stesse con lo stesso ascolto che offriremmo a un’amica carissima.
Questo parallelismo non è una sovrapposizione esatta, ma piuttosto un mio accostamento che deriva tanto dallo studio quanto dalla mia esperienza personale e professionale di questi due filoni per me fondamentali. Nella MSC, infatti, il non giudizio e la consapevolezza abitano insieme sotto lo stesso tetto della Mindfulness. Inoltre, la Mindful Self-Compassion introduce anche un concetto nuovo, la common humanity (di cui accennavo all’inizio di questo articolo) che è la capacità di riconoscere le nostre esperienze più scomode come universali e quindi parte dell’essere umani; e non come errore personale o prova che qualcosa in noi non va.
un regalo per l'ospite
C’è un problema, però: il fatto di non giudicare non è una decisione che una volta presa, tac, c’è. È una capacità che si apprende e che va costantemente allenata proprio portandovi attenzione e consapevolezza.
Ed è proprio su questo terreno, preparato con cura, che possiamo far germogliare la nostra empatia che, per Rogers, significa sentire il mondo personale dell’altro come se fosse il nostro, ma “senza mai perdere questa qualità del come se”.
È questo “come se”, infatti, a fare tutta la differenza, a mettere quella distanza che è necessaria a non confonderci con l’esperienza dell’altro. È quello che ci permette di entrare nel mondo dell’altro, nella sua esperienza senza sovrapporci, di riconoscere e provare il suo vissuto emotivo senza esserne sopraffatte o travolte.
È quello che ci permette di accogliere l’invito dell’altro ed entrare in casa sua, senza traslocarci i nostri mobili… ma portando in dono il nostro “come se”.
Ed è fondamentale, perché se entro nel tuo dolore fino a non distinguere più dove finisci tu e dove comincio io, ho smesso di essere un’ospite. E la tua casa non è più soltanto tua: sto occupando i tuoi spazi, spostando le tue cose e mettendoci le mie.
E nel momento in cui il vissuto dell’altro inizia a confondersi con il mio, quel “come se” si assottiglia fino a sparire… e reagisco interpretando e giudicando. È proprio quel “come se” che rende possibile accogliere e comprendere l’altro senza giudicarlo.
sentirsi a casa... in casa propria
Ma che cosa succederebbe se tutta questa capacità di empatia e di ascolto autentico riuscissimo a rivolgerla anche verso noi stesse? Perché con le persone a cui vogliamo bene siamo sempre più accettanti, comprensive e disponibili che verso noi stesse?
Beh, le ragioni possono essere diverse, ma rispetto a quanto abbiamo visto finora una è sicuramente rappresentata da un ostacolo che direi quasi “tecnico”: come facciamo a essere, allo stesso tempo, padrone di casa e ospiti di noi stesse? In altre parole, come facciamo a guardare la nostra esperienza come se fosse la nostra (dal momento che già lo è)? Come possiamo essere l’amica che ci ascolta con empatia? Come si mette una distanza tra il nostro vissuto e la nostra osservazione di quello stesso vissuto?
Magari ci proviamo anche, eh, ma è molto probabile che finiamo in una situazione che conosciamo fin troppo bene: il famoso “rimuginio” (vero o no?).
hanno bussato
Per fortuna, però, ogni tanto qualcuno bussa anche alla nostra, di porta. E un giorno, alla mia, hanno bussato Kristin Neff, psicologa e ricercatrice, e Chris Germer, psicologo clinico, che sono i fondatori della MSC. Bussano e portano un’idea, in realtà già nota (imparare a essere la nostra migliore amica), ma con una tecnica nuova (la MSC) che per me ha fatto una differenza tale da volerne diventare formatrice.
Grazie alla MSC, infatti, possiamo imparare a dare una direzione “inversa” a quel come se. Se Rogers ci insegna a stare e accompagnare l’altro senza confonderci con la sua sofferenza, la MSC ci insegna -dal canto suo- a relazionarci con noi stesse senza identificarci con la nostra stessa sofferenza.
Ed è questa una sorta di auto-empatia in senso rogersiano: è la capacità di accogliermi senza giudicarmi e di guardare alla mia sofferenza con lo stesso sguardo con cui guarderei quella di una persona a cui voglio bene. Di riconoscere che anch’io, come chiunque altro, in una situazione come questa mi sento così e che non sono sbagliata per questo. Non la sto allontanando da me… sto smettendo di considerarla “soltanto mia” e quindi di sentirmi sola nella mia sofferenza.
Questo movimento di ascolto verso la nostra propria esperienza è quello che mi piace chiamare “auto-empatia”, cioè un bussare alla porta della nostra esperienza ed entrarvi sospendendo il giudizio, osservando con sguardo amorevole quella parte ferita che chiede ascolto e offrendole una poltrona comoda su cui prendersi cura di sé.
“Il curioso paradosso è che quando mi accetto così come sono, allora posso cambiare.”
Carl Rogers

